Comune di Capitignano


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Parco

Il Gran Sasso d'Italia e i Monti della Laga erano stati proposti come due potenziali parchi naturali di interesse nazionale già negli anni Sessanta. Avrebbero dovuto avere ognuno una estensione di circa 80 mila ettari e si sarebbero differenziati nettamente tra loro sia per caratteristiche naturali che amministrative.
Al momento dell'istituzione, i due comprensori sono stati invece accorpati in un solo parco nazionale e con il D.P.R. 5 giugno 1995 si è giunti all'istituzione dell'Ente Parco.
L'intera area del parco è stata suddivisa in due zone:

"zona 1, di rilevante interesse naturalistico, paesaggistico e culturale, con limitato o inesistente grado di antropizzazione;
zona 2, di valore naturalistico, paesaggistico e culturale con maggior grado di antropizzazione..."

sono vietate su tutto il territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga le seguenti attività:
a) la cattura, l'uccisione, il danneggiamento e il disturbo delle specie della fauna autoctona;
b) la raccolta ed il danneggiamento della flora spontanea (erano consentiti il pascolo e la raccolta di funghi, tartufi ed altri prodotti del bosco, nel rispetto delle vigenti normative e degli usi e delle consuetudini locali);
c) l'introduzione in ambiente naturale di specie, razze e popolazioni estranee alla flora spontanea ed alla fauna autoctona;
d) il prelievo di materiali di rilevante interesse geologico e paleontologico;
e) l'apertura di nuove cave, miniere e discariche, escluse quelle per i rifiuti solidi urbani;
f) l'introduzione, da parte di privati, di armi, esplosivi e di qualsiasi mezzo di distruzione e cattura della fauna, se non autorizzata in base alla normativa vigente;
g) il campeggio al di fuori delle aree destinate a tale scopo ed appositamente attrezzate;
h) il sorvolo non autorizzato dalle competenti autorità secondo quanto espressamente regolamentato dalle leggi sulla disciplina del volo;
i) il transito di mezzi autorizzati fuori dalle strade statali, provinciali, comunali, vicinali, gravate dai servizi di pubblico passaggio e private, fatta eccezione per i mezzi di servizio e per le attività agro-silvo-pastorali;
l) la costruzione nelle zone agricole di qualsiasi tipo di recinzione ad eccezione di quelle necessarie alla sicurezza degli impianti tecnologici e di quelle accessorie alle attività agro-silvo-pastorali purché realizzate secondo tipologie e materiali tradizionali.

Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga abbraccia 3 regioni (Abruzzo, Marche, Lazio), 5 province (L'Aquila, Pescara, Teramo, Ascoli Piceno, Rieti), 44 comuni (AQ: Barete, Barisciano, Cagnano Amiterno, Calascio, Campotosto, Capestrano, Capitignano, Carapelle Calvisio, Castel del Monte, Castelvecchio Calvisio, L'Aquila, Montereale, Ofena, Pizzoli, Santo Stefano di Sessanio, Villa Santa Lucia. TE: Arsita, Campli, Castelli, Civitella del Tronto, Cortino, Crognaleto, Fano Adriano, Isola del Gran Sasso, Montorio al Vomano, Pietracamela, Rocca Santa Maria, Torricella Sicura, Tossicia, Valle Castellana. PE: Brittoli, Bussi sul Tirino, Carpineto della Nora, Castiglione a Casauria, Civitella Casanova, Corvara, Farindola, Montebello di Bertona, Pescosansonesco, Villa Celiera. AP: Acquasanta Terme, Arquata del Tronto. RI: Accumoli, Amatrice.
GEOLOGIA
L'intero Appennino circa 200 milioni di anni fa era sommerso da un oceano. L'avvicinamento dei continenti, spingendo e corrugando le superfici rocciose in modo continuo per milioni di anni, ha fatto sì che i vari tipi di stratificazione i sovrapponessero in più punti, sicché circa 6 milioni di anni fa, durante la fase di disseccamento del Mediterraneo, (nota agli studiosi come "crisi di salinità") la catena del Gran Sasso doveva presentarsi come un'area parzialmente sollevata rispetto ad un'altra posta a nord e identificata come "il bacino della Laga". Così oggi possiamo trovare a poche centinaia di metri di distanza formazioni rocciose molto differenti tra loro; in realtà una volta si trovavano a distanze enormemente più grandi. Il "calcare massiccio" e la "dolomia triassica" del Corno Grande, infatti, provengono dal fondale di una zona, detta di "piattaforma", caratterizzata da un mare poco profondo e ricco di ossigeno che favoriva gli insediamenti di organismi come foraminiferi, molluschi e alghe.
Il calcare del Corno Piccolo, invece, è frutto di deposizioni di materiale proveniente dalla disgregazione di una "scogliera organogena", formata da coralli ed altri organismi che si accrescevano fissando il carbonato di calcio nel loro stesso scheletro.
Durante il Miocene, quelli che oggi conosciamo come Monti della Laga non erano altro che un bacino marino che andava sempre più sprofondandosi rispetto ad aree rialzate che attualmente costituiscono la catena del Gran Sasso a sud e quella dei Monti Gemelli a ovest. In questo bacino si andavano a depositare i sedimenti provenienti dalle erosioni della parte nord-est del sistema alpino. La deposizione di materiali sabbioso-argillosi, calcolata intorno al metro ogni mille anni, si sviluppò fino al Miocene superiore, quando gli stessi movimenti orogenetici che prima tendevano a far sprofondare questo fondale si invertirono fino a portarlo all'emersione completa.
La particolarità di questi monti ha portato molti autori a parlare di una formazione geologica unica, detta "formazione della Laga". Il notevole interesse scientifico risiede proprio nel suo significato paleoambientale. I Monti della Laga rappresentano l'unica testimonianza di bacino marino profondo presente in tutta l'area del centro Italia dopo l'essiccazione del Mediterraneo. Una scarsa presenza di fossili conferma l'alto livello delle acque; infatti , la mancanza di ossigeno che ci doveva essere nella massa idrica inferiore del bacino inibiva la vita organica sul fondo e solo nelle acque superficiali potevano sopravvivere a stento pochi organismi, di cui rimane, come testimonianza, una scarsa presenza microfossilifera.
ASPETTI PAESAGGISTICI ED AMBIENTALI
Le due catene montuose che danno il nome al Parco, quella del Gran Sasso e quella dei Monti della Laga, presentano notevoli diversità sotto l'aspetto paesaggistico ed ambientale.
IL GRAN SASSO

Il massiccio del Gran Sasso, con le cime più elevate dell'Appennino, tra cui la più alta in assoluto è il Corno Grande, domina incontrastato tutto il paesaggio centro-appenninico dal Mar Tirreno all'Adriatico, dai Monti Sibillini alle montagne del Matese.
Tra le cime più alte troviamo: Monte Corvo (m. 2623), Monte San Franco (m. 2132), Monte Ienca (m. 2208), Pizzo di Camarda (m. 2332), Pizzo d'Intermesoli (m. 2635), Pizzo Cefalone (m. 2533), Monte della Scindarella (m. 2233), Monte Portella (m. 2385), il Corno Grande (m. 2912), il Corno Piccolo (m. 2655), Monte Aquila (m. 2495), Monte Brancastello (m. 2385), Monte Prena (m. 2561), Monte Camicia (m. 2564), Monte Tremoggia (m. 2331).
Il Gran Sasso è senza dubbio il rilievo paesaggisticamente più "alpino" dell'Appennino. In esso si possono ritrovare molti caratteri tipici dei massicci dell'arco alpino, quali : cime aguzze, valli profondamente incise, morene, circhi e valli plasmate dal glacialismo quaternario. Il lato nord-orientale degrada con ripide pareti rocciose, tutto guglie, pinnacoli e profondi solchi; sul versante meridionale, a ridosso dei massicci calcarei, troviamo una serie di altipiani carsici che degradano in modo dolce e vario. In alcuni di questi piani è possibile ammirare laghetti di origine carsica, quali quello di Barisciano, di Passaneta, di Racollo, di San Pietro, di Filetto, di Assergi, di Sinizzo e Lago Sfondo. Scendendo verso sud, da Campo Imperatore a Paganica, l'intensa erosione carsica ha dato origine a parecchie grotte di diversa estensione e profondità (Grotta a Male e dell'Oro) e ad inghiottitoi, alcuni attivi, altri fossili. Altre grotte sono presenti anche nel versante settentrionale, nei dintorni di Rigopiano (Grotta dell'Eremita e del Lupo) e abissi, quali quello del Bandito, di Pozzo Elisa, e Pozzo dell'Inferno.
Una particolare considerazione va rivolta al Ghiacciaio del Calderone, posto appena sotto il pendio settentrionale del Corno Grande a quota 2775 che, con un'estensione di circa 6 ettari, è l'unico ghiacciaio dell'Appennino ed è il più meridionale d'Europa. A causa dello scarso innevamento invernale che ha caratterizzato gli anni Ottanta, si è registrata una preoccupante regressione dello spessore dei ghiacci perenni. Il monitoraggio costante sotto cui gli studiosi tengono questo prezioso elemento ha comunque fatto rilevare una ripresa negli ultimi anni, testimoniata anche dal fatto che è tornato a formarsi il laghetto Sofia nel punto di raccolta delle acque del disgelo. Nell'estate del 1993 si è registrato un maggior scioglimento del manto nevoso di copertura dei ghiacci, causando l'affioramento dei detriti morenici.
Il comprensorio del Gran Sasso è ricchissimo di preziose acque che, filtrando attraverso i calcari dei piani carsici, scendono a valle dando vita ad innumerevoli risorgenze. Tra queste, le più note sono le Sorgenti del Ruzzo, del Vitello d'Oro, del Rio Arno, dell'Acqua Fredda, del Brigante, di Angri, dell'Acqua Santa e la Fonte Vetica, molte volte captate per usi civili, oppure tributari di torrenti che a loro volta confluiscono nei maggiori fiumi dell'area. Fra questi: il Vomano, che sorge dal settore più settentrionale della catena, il Fino, il Tavo che sorge dal Vallone d'Angora, ad oriente, ed il Tirino nel versante occidentale.
La diversa esposizione dei due versanti della catena montuosa, separati da una linea di cresta molto elevata, ha dato vita ad una differente copertura arborea. Il versante settentrionale presenta una buona integrità boschiva con la presenza di estese faggete ben conservate con Faggi secolari, Aceri, Abeti bianchi e Betulle.
L'Abete bianco, Abies Alba, appenninico, si rileva in presenze sporadiche alle falde del Monte Corvo, nei bacini del Rocchetta e del Venaquaro e con maggiore presenza solo sulle pendici di Colle Pelato nel territorio di Tossicia
La Betulla, Betulla pendula, è presente nelle ultime stazioni nei pressi di Arsita ed Isola del Gran Sasso. Anche il Tasso, Taxus baccata, è presente con esemplari maestosi nell'area Vallone d'Angri, Voltigno. I boschi del Chiarino, di Monte S. Franco e la foresta di Codaro Campiglione, tutti localizzati nel settore nord-occidentale del massiccio, sono esempi molto conosciuti della ricchezza della copertura arborea di questo versante.
Verso est, invece, ci sono i Prati di Tivo, modellati dal glacialismo quaternario, caratterizzati da un bosco discontinuo inframmezzato da ampi pascoli, su cui vegeta una flora molto ricca e varia con Anemoni, Genziane, Orchidee e Primule. La valle del Rio Arno a monte dei Prati, molto suggestiva e ricca di acque, presenta una discreta integrità ambientale: qui è facile ammirare il Giglio martagone o Riccio di Dama ed il Giglio Rosso, nonché numerose piccole torbiere con Erioforo.
La faggeta riassume carattere di continuità man mano che si procede verso oriente, estendendosi lungo i pendii dei monti Brancastello, Prena, Camicia, Tremoggia, Siella e San Vito, dove al di sopra dei duemila metri vegeta la rarissima Stella Alpina appenninica.
A sud di Rigopiano si apre, incisa dal fiume Tavo, la valle d'Angri. Anche qui la copertura arborea è assicurata dal Faggio a cui si accompagnano l'Acero, il Carpino, il Nocciolo, oltre al Tasso. Continuando verso sud c'è il Vallone d'Angora, con un vero e proprio canyon nella faggeta, e lo spettacolare piano carsico del Voltigno, una prateria costituita di Nardeti, Nardus stricta, contornata da ampie faggete. Varie le fioriture di Peonie, Campanule e della Genziana maggiore.
Ma il carattere forse più peculiare dell'aspetto botanico del Gran Sasso risiede nella presenza di innumerevoli endemismi, per lo più oltre il limite della vegetazione arborea. Fra essi ricordiamo oltre alla Stella alpina appenninica, la Viola della Maiella, la Sassifraga a foglie opposte, il Genepì appenninico, la Mattìola, l'Adonide curvata e la rara ed emblematica Androsace abruzzese, piccola e delicata primulacea conosciuta solo per ristrettissime aree altomontane del Gran Sasso e della Maiella. Rilevante, inoltre, la presenza di altre specie molto rare, quali l'Adonide gialla e il Limonio aquilano, le cui uniche stazioni sono sul versante aquilano del Parco.
La fauna del Gran Sasso è rappresentata dal Tasso, la Faina, la Donnola, la Volpe, la Lepre, la Puzzola, lo Scoiattolo meridionale, il Gatto selvatico, l'Istrice e la Martora. Particolarmente ricca è l'avifauna, rappresentata da più di 100 specie. Molto rari i rapaci, tra cui il Falco pellegrino e l'Aquila reale sono ancora presenti e nidificano, mentre alcune specie, come il Gipeto, di cui si ha certezza della loro presenza alla fine del secolo scorso, sono ormai scomparse. Nelle residue aree forestali nidificano l'Astore, lo Sparviero e soprattutto la Poiana. Durante i mesi primaverili ed autunnali è facile osservare il Falco cuculo, le Albanelle o il Falco grillaio. Le specie come il Gracchio corallino e quello alpino si possono osservare sulle pendici del Corno Grande e del Monte Camicia. Il Gracchio Corallino è presente sul Gran Sasso con nuclei numerosi e ben distribuiti che garantiscono la conservazione della specie ormai in forte declino in tutte le altre montagne italiane ed europee. Più difficili da vedere sono le Coturnici, il piccolo Picchio muraiolo ed il Fringuello alpino, presenze importanti sul massiccio.
L'erpetofauna presenta rare specie quali la Vipera dell'Orsini, la Vipera Aspis e specie del genere Natrix. Tra gli anfibi è da segnalare la Rana graeca, il più raro Anuro italiano. Si ricordano anche l'Ululone dal ventre giallo e la Rana dalmatina, la Salamandrina dagli occhiali e la Salamandra pezzata.
I MONTI DELLA LAGA
La catena dei Monti della Laga si estende nell'area di incrocio dei confini regionali di marche, Lazio e Abruzzo con un crinale abbastanza arrotondato che assume un aspetto più aspro solo all'approssimarsi dei pizzi, come sul Pizzo di Sevo (m. 2419), sul Pizzo di Moscio (m. 2411), e sul Pizzitello (m. 2221).
Tra le maggiori cime troviamo: Monte Gorzano (m. 2458), Cima Lepri (m. 2445), Cima Laghetta (m. 2369), Monte Pelone (m. 2259) e Macera della Morte (m. 2073). Al confine orientale dell'area figura il gruppo dei Monti Gemelli con quote che non superano i 1814 metri del Monte Girella, vetta più elevata del gruppo.
Tra i corsi d'acqua più cospicui ricordiamo il Tordino, il Chiarino, il Tronto, il Salinello, il Castellano ed il Rio Fucino. L'aspetto morfologico è caratterizzato dalla particolare erosione fluviale sui teneri strati marnoso-arenacei, erosione che ha dato origine ad un paesaggio tipico costituito da fossi a pareti molto ripide in basso e da superfici tondeggianti a tenue pendio in alto.
Le pendici adriatiche dei Monti della Laga, infatti, sono ricoperte da estesissime faggete a cui spesso si associa l'Abete bianco. Degni di nota sono la splendida foresta di San Gerbone o il grande Bosco della Martese, nell'alta Valle Castellana, boschi misti, dove, oltre all'Abete bianco ed al Faggio, troviamo l'Agrifoglio ed il Tasso, e nel sottobosco il Mirtillo e le altre specie comuni della faggeta. La suggestione che si prova addentrandosi in questi boschi è accresciuta dall'ammirazione degli splendidi esemplari di Abete bianco, con individui secolari alti oltre 30 metri aventi tronchi con una circonferenza a volte di 4-5 metri e portamento maestoso. Nei pressi del Ceppo e del Lago di Campotosto, sono segnalate anche rare stazioni di Betulla, specie relitta delle ultime glaciazioni.
Lungo i fianchi della Valle Castellano e delle altre valli minori, il bosco assume un aspetto prolifico dove, oltre alle specie già indicate, troviamo il Frassino, il Maggiociondolo, il Cerro, la Roverella, il Carpino nero, l'Acero, il Nocciolo, il Sorbo degli uccellatori, il Salicone ed il Castagno.
Verso le vette, al di sopra del bosco, si aprono in modo brusco le praterie d'alta quota che partono ben al di sotto del loro limite naturale a causa dell'azione antropica che ha recuperato spazi per il pascolo a discapito delle coperture arboree. La vera vegetazione del piano alpino si trova infatti solo oltre i 2000 metri, dove i pascoli più diffusi sono il seslerieto ed il festuco-luzuleto. Alcune aree di brughiera come quella oltre i 2100 metri di Pizzo di Sevo, presentano lembi relitti di mirtillo nero, Vaccinium myrtillus.
La fauna risulta piuttosto rarefatta e ciò in contraddizione palese con la buona integrità ambientale. Sono, infatti, quasi del tutto assenti le strutture antropiche, quali insediamenti turistici o impianti di risalita per sport invernali che potrebbero causare, se presenti, l'allontanamento delle specie animali verso aree più tranquille. L'inquinamento delle acque è trascurabile e relativo solo al tratto medio dei corsi dei fiumi, quasi sempre ai limiti dell'area protetta. La rarefazione dei mammiferi e degli uccelli da presa è quindi da addebirarsi all'eccessiva pressione venatoria a cui le popolazioni animali sono state sottoposte in passato.
La non abbondanza delle specie presenti è in parte compensata tuttavia dalla loro importanza scientifica. Tra i mammiferi più rari citiamo la Martora, il Gatto selvatico, il Lupo appenninico e l'Orso bruno marsicano, la cui presenza, rilevata, è da ritenersi eccezionale più che sporadica. Più comuni la Volpe, il Tasso, la Faina, la Puzzola, la Donnola ed il Cinghiale. Dal punto di vista ornitologico è da sottolineare la interessante presenza dell'Aquila reale e dell'Astore che sono tornati a nidificare ed a riprodursi con regolarità sulle balze rocciose dei Monti Gemelli, la prima, e nei grandi boschi della Laga, il secondo. Altri falconiformi quali la Poiana, lo Sparviero, il Gheppio appaiono più diffusi.
Importante è la presenza del Gufo reale, noto rapace notturno di grandi dimensioni, rarissimo da vedere, che su un censimento effettuato ascoltando il suo forte richiamo è stato stimato con una presenza di non più di 10 coppie in tutto l'Abruzzo. Discorso a parte va fatto invece per gli uccelli acquatici che è possibile vedere sugli specchi d'acqua diffusi e sui bacini artificiali di Talvacchia, Provvidenza ed in particolare di Campotosto. La scomparsa, infatti, delle aree umide di tipo paludoso, ha fatto sì che questi bacini divenissero punti di sosta o svernamento per una buona parte dei grandi flussi migratori che si muovono dal Nord Europa verso il sud e l'Africa. Purtroppo per molte specie la possibilità di nidificare è assai ridotta a causa del continuo variare del livello dell'acqua, utilizzata per la produzione di energia.
Tra gli anfibi, si rilevano la interessante presenza del Tritone alpino, della Rana temporaria, della Salamandrina dagli occhiali, della Salamandra appenninica e del Geotritone italico, la cui presenza è stata segnalata in particolare nelle grotte delle Gole del Salinello. Anche l'entomofauna presenta aspetti molto interessanti ed a volte unici; infatti il Lepidottero boreoalpino è stato rinvenuto a Pizzo di Sevo, finora unica stazione appenninica conosciuta di questa specie.


Sito del Parco

Corpo Forestale dello Stato




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